Vittorio Daniele

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Politiche espansive e crescita debole. Siamo in una stagnazione secolare?

Una lunga convalescenza

Da qualche anno, le Banche centrali delle principali economie mondiali (Stati Uniti, Eurozona e Giappone) stanno attuando politiche fortemente espansive. La base monetaria, sotto forma di liquidità o di riserve detenute dalle banche commerciali, è aumentata enormemente: negli Stati Uniti, all’inizio del 2016, era quattro volte quella del 2008. La BCE ha adottato una serie di misure espansive, finanziando a basso costo il sistema bancario e attuando un programma di acquisto di attività (quantitative easing) di 80 miliardi di euro mensili per una durata prevista di due anni.

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Programma Istituzioni di economia e politica economica (2015-16)

Istituzioni di economia e politica economica

(16 CFU)

Prof. Vittorio Daniele

Programma a.a. 2015-2016

Libro consigliato: N. G. Mankiw, M. P. Taylor, A. Ashwin, Principi di economia per l’impresa, Zanichelli.

Il programma comprende tutti i capitoli con l’esclusione dei seguenti capitoli o paragrafi: Cap. 7.; il paragrafo “isoquanti e isocosti”  del cap. 9; la parte “la teoria dei giochi e l’economia della concorrenza” e la parte “le politiche pubbliche …” del cap. 13; cap. 14; cap. 21 (studiare solo il paragrafo sull’euro).

Il più prezioso dei capitali. Infanzia, istruzione, sviluppo del Mezzogiorno

BAMBINI, SVIMEZ: IN CAMPANIA E CALABRIA MENO DEL 3% FREQUENTA ASILI NIDO

In Trentino sono il 23%; già in seconda elementare divari di performances in italiano e matematica

tra chi va all’asilo e chi no. Investire nell’infanzia priorità per la politica di riequilibrio territoriale

Lo studio sulla “Rivista Economica del Mezzogiorno” (scarica articolo in pdf)

(vai alla rassegna stampa)

 In base ad elaborazioni SVIMEZ su dati INVALSI, a livello regionale, esiste un forte legame tra frequenza degli asili nido e performances in italiano e matematica degli alunni delle scuole elementari. Sulla base di dati 2011, quasi un bambino trentino su quattro frequenta gli asili nido (23%), e in seconda elementare registra nelle due discipline punteggi superiori a 210. In Campania e Calabria, invece, neanche tre bambini su cento frequentano gli asili nido, e registrano in italiano e matematica punteggi di circa venti punti inferiori ai trentini. Poiché l’investimento nell’infanzia è quello con il maggior rendimento sociale ed economico, ridurre le disuguaglianze di partenza dovrebbe essere una priorità per la politica di riequilibrio territoriale: migliorare la qualità del capitale umano nel Mezzogiorno, sin dall’infanzia, avrebbe effetti positivi anche sullo sviluppo regionale.

È quanto emerge dallo studio “Il più prezioso dei capitali. Infanzia, istruzione, sviluppo del Mezzogiorno” di Vittorio Daniele pubblicato sulla “Rivista Economica del Mezzogiorno”, trimestrale della SVIMEZ diretto da Riccardo Padovani ed edito dal Mulino.

Sulla base di elaborazioni di dati ISTAT e INVALSI, uniti alla letteratura internazionale in materia di investimenti sull’infanzia, lo studio mette in relazione il tasso di frequenza degli asili nido fra i bambini 0-2 anni nelle varie regioni italiane con i punteggi in italiano e matematica degli alunni della seconda elementare.

 

Performances in italiano e matematica: primi i trentini, ultimi campani, calabresi e siciliani – In testa alla classifica i bambini trentini, che realizzano punteggi superiori a 210, seguiti a pari merito da Marche, Piemonte e Friuli Venezia Giulia (207). Tra le regioni del Sud i punteggi sono diversi: la Sardegna, la migliore al Sud, segna 203, l’Abruzzo e il Molise 201, Basilicata e Puglia sono a 198. In coda, fermi a 192 punti, con circa venti punti in meno dei bambini trentini, i bambini campani, calabresi e siciliani.

Situazione simile per quanto riguarda i punteggi in matematica. I bambini trentini registrano anche qui i risultati migliori, superiori a 210. Seguono i bambini friulani (208), e marchigiani e piemontesi (206). Tra le regioni del Sud la migliore si conferma la Sardegna, con un punteggio di 205. Seguono i bambini lucani (201) e abruzzesi (200), pugliesi e molisani (198). I bambini calabresi registrano in matematica un punteggio di 196, i campani di 193. In coda, con un punteggio di 190, i bambini siciliani.

 Le performances migliori a chi va all’asilo – Se i bambini trentini ottengono, come rilevato, punteggi più alti nelle due discipline, è anche perché fra loro il 23,3%, quasi un bambino su quattro, frequenta gli asili nido, la percentuale più alta in Italia dopo l’Emilia Romagna (26,5%). Avvantaggiati anche i bambini friulani, con una frequenza di un bambino su cinque (20,7%). Percentuali a due cifre anche per i bambini marchigiani (17%) e piemontesi (15%), che non a caso fanno registrare punteggi superiori ai 206 punti in entrambe le discipline. Anche i bambini umbri, che frequentano l’asilo per il 23% del totale, registrano punteggi pari a 203 in italiano e 205 in matematica.

Situazione rovesciata, invece, al Sud. La Sardegna, che segna le performances migliori nelle due discipline, ha un tasso di frequenza dei bambini agli asilo nido del 12,6%. Ma a parte il Molise, con l’11% delle frequenze, nel Mezzogiorno i bambini che vanno all’asilo sono davvero pochi. In Abruzzo e Basilicata meno di un bambino su dieci frequenta l’asilo: solo rispettivamente il 9,5% e il 7,3% del totale. Le cifre scendono ancora man mano che si corre giù lungo lo Stivale. In Sicilia solo 5 bambini su 100 vanno all’asilo, 4,5 in Puglia, e addirittura ancora meno in Campania (2,8%) e Calabria (2,5%). In pratica i bambini calabresi frequentano l’asilo in misura dieci volte inferiore ai bambini emiliani.

Asili nido e ricchezza - Inoltre, piove sempre sul bagnato: dove c’è maggiore ricchezza si trova anche una maggior diffusione di servizi pubblici per l’infanzia. Mettendo infatti in relazione il Pil pro capite con la diffusione di servizi per l’infanzia emerge che Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia sono sempre le regioni con il maggior numero di asili nido e tra quelle con la maggior ricchezza pro capite. Dall’altro lato, Campania, Calabria e Sicilia si confermano regioni con una diffusione minima di servizi all’infanzia e un altrettanto basso livello di ricchezza. Non a caso i servizi di childcare hanno anche un considerevole effetto sull’occupazione femminile: in presenza di asili nido molte mamme a basso reddito sarebbero incentivate a trovare un lavoro. Secondo stime 2013, infatti, aumentare dell’1% il numero di posti nei servizi di childcare pubblici fa crescere dell’1,3% la possibilità che la madre lavori.

 

A 15 anni competenze degli studenti meridionali più bassi della Turchia – Ma non è solo una questione di servizi per l’infanzia. Il contesto familiare e sociale ha, infatti, un ruolo cruciale nella spiegazione dei divari regionali nelle competenze scolastiche. In questi giorni, in cui si discute di “buona scuola” e di test scolastici, bisognerebbe ricordare come l’Italia sia un paese diviso quanto a competenze degli studenti: lo dimostrano i test OCSE-PISA, che misurano le competenze degli studenti 15enni in matematica e lettura e comprensione del testo. In base agli ultimi dati disponibili, fra gli studenti 15enni del Nord-Est, il punteggio medio in matematica (514 punti) è nettamente superiore alla media OCSE (494) e in linea con quello della Germania. Nel Sud e nelle Isole, invece, lo stesso punteggio scende a 446 punti, cioè 68 punti in meno del Nord-Est. In altre parole, in matematica gli studenti del Nord ottengono punteggi analoghi o superiori a quelli tedeschi; gli studenti del Sud e Isole punteggi più bassi di quelli della Turchia. Stessa dinamica per la lettura: a fronte di un punteggio medio OCSE di 496 punti, il Nord Est segna 511 punti, il Sud e le isole si fermano a 453, 22 punti in meno della Turchia.

Queste differenze non dipendono solo dalla qualità dell’istruzione. I differenziali regionali nei risultati scolastici sono dovuti a una serie di variabili socioeconomiche, quali il background familiare degli studenti e/o il contesto territoriale. Una parte significativa dei divari tra Nord e Mezzogiorno dipende, poi, dagli studenti provenienti da famiglie svantaggiate.

 

La povertà si trasmette fra le generazioni - Nel 2013, nel Mezzogiorno, un milione di famiglie (tre milioni di persone) vivevano in condizioni di povertà assoluta: un’incidenza più che doppia rispetto al Nord. Ancora più preoccupante è il quadro che emerge considerando un indicatore più ampio, come il rischio di povertà ed esclusione sociale. Questa condizione riguarda, infatti, un numero assai elevato di persone, che nel Mezzogiorno rappresenta il 47 per cento dei bambini e il 43 per cento delle famiglie con figli minori. Una povertà non solo economica: non avere la possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare liberamente capacità e talenti nei primi anni di vita, quando il capitale umano è più malleabile ricettivo, si legge nello studio, si traduce in povertà educativa, con relativa bassissima partecipazione ad attività culturali ed educative. Le disuguaglianze regionali nella qualità e quantità di servizi pubblici come quelli sanitari, assistenziali, educativi, non sono solo un ostacolo alla concreta realizzazione di diritti di base, come quello all’istruzione o alla salute. Riflettendosi sulle performance scolastiche, accentuano le disuguaglianze di partenza e contribuiscono alla trasmissione intergenerazionale della povertà e delle disuguaglianze.

L’investimento nell’infanzia è quello con il maggior rendimento sociale – Il capitale umano non è soltanto il risultato dell’investimento in istruzione o formazione sul lavoro, ma anche il risultato dell’investimento sull’infanzia. Sono pochissimi in Italia gli studi che analizzano la relazione tra condizione dell’infanzia, accumulazione di capitale umano ed effetti socioeconomici. Data l’elevata plasticità dei processi di formazione del cervello nei primi 5 anni di vita, si legge nello studio, l’investimento nell’infanzia è quello con il maggior rendimento sociale ed economico. Secondo ricerche americane non replicabili in Italia per assenza di dati, interventi a favore di bambini svantaggiati in età prescolare 0-5 anni hanno un tasso di rendimento annuo del 7-10% sull’investimento fatto. In altri termini, per ogni dollaro investito in quella fascia di età, il bambino renderà da 7 a 10 volte l’investimento. Quindi investire sui bambini paga di più che sui liceali o sugli universitari, in termini ad esempio di minore tasso di criminalità, minore povertà, migliore produttività sul lavoro, risparmio dei costi per interventi di recupero dell’istruzione, cure e spese giudiziarie, sicurezza. Questo perché, secondo studi neurofisiologici, nascere in situazioni di povertà, abuso, violenza, abbandono, può condizionare in modo molto dannoso la formazione del cervello in via di sviluppo, con maggiori possibilità, e relativi costi a carico di tutta la collettività, di incorrere in problemi sociali e di salute (alcolismo, obesità, depressione…).

In questo senso, l’Italia si mostra un Paese profondamente diviso, in cui i divari regionali nel capitale umano, livelli e qualità dell’istruzione perpetuano povertà e disuguaglianza tra generazioni. Ridurre, a partire dall’infanzia, le disuguaglianze di partenza, conclude lo studio, dovrebbe essere una priorità per la politica di riequilibrio territoriale, perché migliorare la qualità del capitale umano dei bambini meridionali avrebbe effetti positivi anche sullo sviluppo delle loro regioni di appartenenza.

Punteggi nei test scolastici OCSE-PISA in matematica e lettura e comprensione del testo somministrati agli studenti quindicenni. (Sud comprende: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia; Sud e Isole: Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna)

  

Paesi/regioni

Punteggi nei test OCSE-PISA 2012

Matematica

Lettura

Germania

514

508

Turchia

448

475

Media OCSE

494

496

Italia

485

490

Nord-Est

514

511

Nord-Ovest

509

514

Sud

464

475

Sud e Isole

446

453

 Fonte: OCSE-PISA

 

La Grecia, sei anni dopo, e la crescita dell’Italia

Vittorio Daniele

Pensare in estate alla Grecia fa venire in mente le bianche spiagge di Cefalonia o Mykonos. L’altra Grecia, quella della crisi economica, del default, delle proteste di piazza sembra ormai lontana. Eppure non è così. La crisi ha prodotto drammatiche conseguenze sociali e lasciato segni profondi sull’economia. Guardare alla Grecia di oggi per noi europei e italiani è istruttivo. La vicenda greca illustra, in maniera paradigmatica, ciò che può accadere in un’economia con strutturali squilibri e gravi disfunzioni; ma mostra anche quali siano le conseguenze delle politiche d’austerità in un sistema, quello europeo, in cui disciplina e vincoli di bilancio non trovano adeguato bilanciamento negli strumenti di politica economica.

Somministrate in corpore vili e con draconiano rigore, le politiche d’austerità imposte dalla Troika avrebbero dovuto riportare l’equilibrio nei conti pubblici e porre le basi per la crescita. Risanamento fiscale e crescita: obiettivi non facili da conciliare, almeno nel breve periodo. Eppure il convincimento che fosse possibile, che la strada delle restrizioni fiscali avrebbe condotto, dopo qualche aggiustamento e qualche spiacevole ricaduta sociale, alla crescita aveva un  presupposto teorico apparentemente solido: la tesi dell’austerità espansiva. Una tesi coerente con i postulati ortodossi,  secondo la quale politiche fiscali restrittive, cioè tagli alla spesa pubblica e inasprimenti di imposte, hanno effetti positivi su consumi e investimenti. Come la pietra filosofale dell’economia, l’austerità espansiva avrebbe trasmutato un taglio di spesa in uno stimolo di domanda, smentendo le semplici, meste conclusioni del modello keynesiano, secondo cui politiche di austerità attuate quando le economie sono in recessione ne aggravano, non alleviano, le conseguenze.

Ma ritorniamo alla Grecia. In soli sei  anni, dal 2008 al 2013, il Pil greco è diminuito, cumulativamente, di 26 punti percentuali. Mai un paese sviluppato aveva subito una così severa recessione, senza crescere per sei anni consecutivi. Una caduta del prodotto di tale entità si traduce necessariamente in una drammatica riduzione del tenore di vita medio. Il reddito reale per abitante è calato del 20 per cento, mentre il tasso di disoccupazione, salito costantemente dall’inizio della crisi, ha superato il 27 per cento. Per quasi la metà delle famiglie greche le pensioni rappresentano l’unica fonte di reddito, sebbene un terzo dei pensionati percepisca 360 euro lordi mensili.

Per quanto deprimente, la macrocontabilità rende solo in parte la tragedia sociale. Secondo le stime dell’Università di Atene, il 44 per cento dei greci vive oggi in condizione di povertà relativa. Nel suo ultimo rapporto, l’Unicef ha calcolato che un bambino greco ogni tre è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Si tratta di 686mila bambini, il 35,4 per cento dei bambini greci. Le cause? Disoccupazione e tagli al sistema di welfare. Sono 292mila i bambini che vivono in famiglie in cui entrambi i genitori sono disoccupati e che non hanno accesso a servizi di assistenza e cura. Del resto, ridimensionamento del welfare (razionalizzazione, eufemisticamente) e tagli alla sanità tipicamente rientrano nella posologia del consolidamento fiscale. Così per la Troika, nei suoi “Memorandum of understanding” per Grecia e Portogallo. Di ciò  − si ricorderà− si era avvertita un’eco anche in Italia, sub Monti. In Grecia, l’obiettivo – quasi raggiunto – del dimezzamento della spesa farmaceutica, e la riduzione di oltre un quarto di quella ospedaliera, non è stato senza conseguenze. Quali siano, le descrive uno studio pubblicato su Lancet, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo: aumento delle malattie infettive più gravi, inclusi HIV e tubercolosi, della depressione maggiore, dei suicidi. Nel 2008, anche la storica tendenza alla riduzione della mortalità infantile si è interrotta e i tassi di mortalità neonatale e postnatale sono aumentati.

Ma qual è la condizione delle finanze pubbliche? Nel 2008, il debito pubblico era il 122 per cento del Pil. Nel 2013, aveva raggiunto il 175 per cento. Le previsioni per l’anno in corso sono di un ulteriore aumento. Secondo la Commissione europea, raggiunto il picco del 177 per cento, a partire dal 2015, il rapporto tra debito e Pil dovrebbe cominciare a scendere, grazie a finanze pubbliche più sane e alla (possibile) crescita economica. È prevedibile che i tempi della ripresa siano, però, assai lunghi. Quanto lunghi, non è possibile saperlo. Del resto, tanto più le previsioni economiche scrutano nelle nebbie del futuro, tanto più somigliano a quelle degli aruspici che traevano presagi dal volo degli uccelli.

La Grande recessione segnerà a lungo i paesi europei. Durante le recessioni non si distruggono solo posti di lavoro, ma calano anche gli investimenti in capitale e tecnologia. Si riduce, così, ciò che gli economisti chiamano “produzione potenziale”, il livello normale della produzione che dipende dalle risorse e dalla tecnologia disponibili. Al termine della recessione, un paese si ritrova con una capacità produttiva inferiore a quella pre-crisi. Secondo l’economista Laurence Ball, della Johns Hopkins University, la Grande recessione determinerà effetti duraturi in tutti i paesi che ne sono stati colpiti, Italia inclusa. Per le 23 nazioni considerate dallo studio di Ball, nel 2015 la perdita del Pil potenziale rispetto al livello pre-crisi è stimata nell’8,4 per cento: per avere un’idea, è come se si perdesse la produzione della Germania. Per l’Italia, la perdita stimata di prodotto potenziale per il 2015 è del 12 per cento, per la Grecia del 35 per cento.

La questione cruciale è se questo danno sia reversibile. La risposta dipende, in larga misura, dalle scelte di politica economica. Un’espansione degli investimenti e dell’occupazione potrebbe spingere il prodotto di nuovo verso il suo livello potenziale, o almeno ridurre l’entità della perdita. Se si guarda all’Europa, che ciò possa accadere è, allo stato attuale, improbabile. C’è il rischio, però, che se la crescita continuerà ad essere a lungo così lenta, in molti paesi i costi sociali ed economici divengano davvero troppo alti. Sarà molto difficile, allora, ignorarli.

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Crisi economica e suicidi in Italia. Una nota

In uno dei suoi studi più noti, “Le suicide. Étude de sociologie” (1897), Emile Durkheim propose una complessa relazione tra andamento dell’economia e tasso dei suicidi. Secondo il sociologo francese, il tasso di suicidio tenderebbe ad aumentare non soltanto nel caso di crisi recessive, ma anche durante quelle “crisi di prosperità” che determinassero una situazione di “anomia”, ovvero un profondo turbamento dell’ordine sociale, di allentamento, disintegrazione dei legami che vincolano l’individuo alla società.

La recessione economica avviatasi nel 2007-2008, e le successive politiche di austerità adottate in Europa, hanno prodotto effetti negativi non solo sul tenore di vita, ma anche sulle condizioni di salute delle fasce sociali più deboli. In Grecia, per esempio, tagli alla sanità pubblica e crisi economica hanno ridotto l’accesso alle cure per i più indigenti e favorito la diffusione di alcune patologie infettive (Karanikolos et al. 2013). Diversi, poi, gli studi che tendono a confermare la tesi di Durkheim, di un legame, cioè, tra crisi economica e tasso di suicidio….  (Leggi l’articolo: Crisi e suicidi).

Economia dello sviluppo – programma

Economia dello sviluppo CFU 9

Programma. Il programma riguarda l’analisi dei fattori prossimi e fondamentali dello sviluppo economico.  Il testo di riferimento è il seguente:

V. Daniele, La crescita delle nazioni. Fatti e teorie, Rubbettino, 2008.

Il volume è integrato da alcuni brevi dispense (download: Dispense Lezioni Economia dello Sviluppo). Gli studenti devono, inoltre, presentare prima dell’esame una breve tesina, basata sulla lettura di un libro a scelta tra i seguenti:

1) E. Duflo, I numeri per agire, Feltrinelli. 2) P. Collier, L’ultimo miliardo, Laterza. 3) B. Milanovic, Chi ha e chi non ha, il Mulino. 4) W. Easterly, Lo sviluppo inafferrabile, Bruno Mondadori; 5) J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi. N. B., Tutti i libri sono disponibili in edizione economica, a un prezzo contenuto.

Economic recession and suicide in Italy: A note

The adverse impact on social and health conditions consequent to the economic recession which started in 2008 has been reported by the mass-media and also by some scholars. Great prominence, in particular, has been given to the many cases of suicide which occurred in those European countries that are experiencing this profound recession: Italy, Spain, Portugal and Greece. There is, however, some preliminary evidence indicating a relationship between recession and suicide.. download the article: Economic recession and Suicide in Italy.

Investire nell”istruzione dei bambini per ridurre le ineguaglianze.

James Heckman, premio Nobel per l’economia, ha mostrato come l’investimento in istruzione, soprattutto nei primi anni di vita, sia lo strumento più efficace per ridurre le ineguaglianze tra gli individui e l’incidenza di alcuni fenomeni negativi, come la criminalità, la diffusione di droga o l’alcolismo. Le competenze cognitive si formano nei primi anni di vita. I bambini che nascono in famiglie svantaggiate economicamente o socialmente avranno non solo minori opportunità, ma anche minori stimoli educativi. Questi bambini avranno, da adulti, maggiori probabilità di divenire poveri, meno istruiti e di incorrere in fenomeni di devianza sociale.  Heckman ha dimostrato come il modo più efficiente per ridurre le disuguaglianze – e risolvere alcuni problemi sociali come quelli citati – consista nell’investimento nei programmi di assistenza familiare e nell’istruzione dei bambini, sin dai primissimi mesi di vita.

I lavori di James Heckman sono disponibili sul suo sito: http://heckman.uchicago.edu/page/research-statement

Economia politica – Organizzazione Amministrazioni P. P. – Programmi anni precedenti

Corso di laurea in Organizzazione e gestione delle imprese pubbliche e private. Programma di studio a.a. 2012-13.

Testo: Paul Krugman , Robin Wells , Martha Olney, L’essenziale di economia, Zanichelli. Programma da 10 CFU. Il programma d’esame riguarda tutti gli argomenti trattati nel testo.

A scelta, è possibile utilizzare il testo di G. Mankiw, Principi di economia, Zanichelli. In tal caso, si può seguire il programma da 10 C.F.U. disponibile online.

Gli studenti di Giurisprudenza e Scienze Giuridiche possono seguire il presente programma scegliendo uno dei due volumi sopra citati.

Programma Economia politica – OAPP – Indirizzo Gestione del Personale – 15 CFU (Programma Economia Politica15CFU)