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L’emergenza coronavirus rende necessarie politiche economiche eccezionali

L’urgenza di politiche straordinarie

La pandemia da coronavirus comporterà costi economici molto rilevanti, anche se difficilmente quantificabili, in tutti i paesi europei. Il blocco della maggior parte delle attività produttive, necessario per contenere la diffusione della pandemia, avrà effetti immediati sulla produzione e sull’occupazione. Effetti che, come tipicamente accade nelle recessioni, tenderanno ad amplificarsi per la caduta della domanda globale di beni e servizi. Stime realistiche sono, al momento, impossibili. Se l’emergenza dovesse prolungarsi, è possibile, tuttavia, che l’impatto cumulato della crisi in termini di perdita di produzione e di occupazione sia paragonabile, se non superiore, a quello verificatosi durante la grande recessione del 2009.

Ci sono poi le conseguenze sulla finanza statale. Inevitabilmente, i provvedimenti fiscali deliberati dai governi per fronteggiare l’emergenza si rifletteranno sui conti pubblici. Il loro impatto graverà, in particolare, nei paesi con livelli d’indebitamento elevati. È il caso dell’Italia, in cui il rapporto tra debito e Pil sfiora il 135%. Per effetto congiunto della riduzione delle entrate fiscali, conseguente al calo della produzione, e dell’aumento della spesa, l’indebitamento statale è destinato a crescere.

L’aumento del rapporto debito/Pil rappresenta un vincolo per l’adozione di ulteriori misure fiscali che, eventualmente, dovessero rendersi necessarie per stimolare l’economia. La «sospensione» del Patto di stabilità, pur consentendo agli stati di deviare temporaneamente dagli obiettivi di bilancio fissati prima della pandemia, non elimina tale vincolo.

Finanziare la spesa pubblica in emergenza

In questo scenario, le politiche monetarie adottate dalle banche centrali rischiano di essere scarsamente efficaci. Nel caso della Bce, l’acquisto di titoli di stato sul mercato secondario attraverso il quantitative easing può calmierare i tassi d’interesse, ma non può evitare che il livello d’indebitamento dei paesi aumenti. Come accaduto negli ultimi anni, anche le misure dirette a fornire liquidità alle banche rischiano di avere ricadute modeste sull’economia reale. A fronte di una crisi da domanda che si preannuncia prolungata, anche con tassi d’interesse molto bassi, le imprese rinviano i loro piani d’investimento, rendendo inefficace lo stimolo monetario.

Nel contempo, la riduzione delle vendite, e di conseguenza dei ricavi, accresce il fabbisogno finanziario delle imprese che devono, comunque, coprire le spese correnti. Ma, poiché la riduzione dei ricavi ne deteriora i bilanci, aumentandone le probabilità di fallimento, le banche hanno difficoltà a finanziarle per evitare che i loro crediti possano deteriorarsi. Come conseguenza, la crisi di liquidità delle imprese tende ad accentuarsi e le probabilità di fallimento aumentano.

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L’alta letalità del Covid-19 in Italia dipende dal numero di anziani?

L’alta letalità del Covid-19 in Italia dipende dal numero di anziani? Dati a confronto

Di Vittorio Daniele

Sulla base dei dati disponibili al 24 marzo, l’Italia è il paese con più morti per Covid-19 e con più elevato tasso di letalità al mondo. Nel nostro paese, il rapporto tra decessi e casi di contagio accertati è del 9,5% e raggiunge il 12% in Lombardia. Secondo i dati della Johns Hopkins University, alla data odierna, tassi di letalità da Covid-19 relativamente elevati, anche se inferiori a quelli italiani, si riscontrano anche in Spagna (7,2%) e Regno Unito (5%), paesi in cui l’epidemia è in rapida crescita. La letalità registrata in Italia risulta spropositata rispetto a quella di altre nazioni, come Corea del Sud (1,3%), Germania (0,4%), Austria (0,5%) e Norvegia (0,4%). In Cina, secondo i dati disponibili, la letalità è del 4%.

Per confronto, si consideri che, ad oggi, in Germania risultano 126 decessi a fronte di circa 29.500 casi di contagio accertati. In Italia, il numero totale di casi accertati è 2,2 volte quello tedesco, ma il numero di morti 48 volte maggiore. In Corea del Sud, i casi di contagio accertati sono 9.000 con 120 decessi. Il tasso di letalità in Italia è 7 volte quello della Corea e 22 volte quello della Germania.

Va sottolineato che queste cifre possono modificarsi significativamente, sia per i tempi d’incubazione del virus, sia per l’incremento dei casi che si sta registrando in Europa come in altri paesi. Nel caso della Corea, invece, il picco dell’epidemia è stato raggiunto il 29 febbraio e il numero dei nuovi contagi è oggi molto contenuto.

È stato ipotizzato che l’elevata letalità finora registrata in Italia dipenda dalla sua struttura demografica. Dopo il Giappone, l’Italia è, infatti, la nazione al mondo con più anziani rispetto alla popolazione.

Nella figura 1 si riportano le percentuali di ultraottantenni e i tassi di letalità da coronavirus in 22 paesi (16 europei più Australia, Corea del Sud, Giappone, Israele e Stati Uniti). Tra le due variabili si osserva un legame positivo, anche se non elevato. Si tratta, però, di un risultato da prendere con grande prudenza, perché basato su un campione esiguo di paesi e su dati provvisori. 

 

Fig.  1. Tassi di letalità per Covid-19 e percentuale di ultraottantenni rispetto alla popolazione in 21 paesi

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Fonte: Elaborazione su dati United Nations e CSSE – Johns Hopkins University.

 

La demografia non è, però, sufficiente a spiegare completamente l’alta letalità dell’Italia. Facciamo alcuni confronti. In Italia le persone con più di 80 anni rappresentano il 7,4% della popolazione, mentre in Germania il 7%. Nel nostro paese ci sono 23 ultrasessantacinquenni ogni cento persone, mentre in Germania 21,6. Le due nazioni hanno, dunque, strutture demografiche simili, ma tassi di letalità – ad oggi – enormemente diversi. In Corea, l’età media della popolazione è nettamente inferiore a quella italiana (le persone più di 80 anni sono il 3,4% del totale) ma, come detto, il tasso di letalità è di gran lunga più basso. E anche in Giappone, che con 8,4 ultraottantenni ogni cento abitanti è il paese con maggiore quota di anziani al mondo, la letalità da coronavirus (3,7%) è minore di quella italiana, sebbene la diffusione dell’epidemia sia ancora limitata (1.140 contagi).

Le differenze nei tassi di letalità hanno diverse spiegazioni. Possono essere dovute, per esempio, alla classificazione dei decessi. In Italia, i decessi di persone con coronavirus vengono conteggiati tra i morti per coronavirus anche se la causa diretta della morte è una patologia preesistente. Non è garantito che anche altrove sia così.

Il tasso di letalità dipende non solo dal valore del numero di decessi (numeratore del tasso), ma anche dal numero di casi d’infezione accertati (denominatore). Nel caso del Covid-19 il numero degli infettati effettivi è certamente maggiore di quello accertato; ne consegue che i tassi di letalità sono elevati per il semplice fatto che il denominatore è basso perché non conosciamo il numero reale di persone infettate.  

L’accertamento dei casi dipende, ovviamente, dalle diagnosi effettuate rispetto alla popolazione. Quando si fanno test su scala si riscontrano casi anche tra i contagiati asintomatici o con sintomi lievi e ciò riduce il tasso di letalità. La scelta di sottoporre a test solo soggetti sintomatici, come avvenuto inizialmente in Italia, ha l’effetto opposto. Ma non è solo una questione numerica. Come affermato dal direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, soprattutto nella fase iniziale dell’epidemia, effettuare molte diagnosi permette di frenare la diffusione dei contagi.

Secondo le stime, alla data del 15 marzo, la Germania aveva effettuato 2 mila test per milione di abitanti. In Corea, alla data del 20 marzo, erano stati effettuati 6.148 test per milione di abitanti. Quello coreano è il più vasto programma diagnostico per il Covid-19 al mondo dopo quello degli Emirati Arabi Uniti, la cui popolazione è, però, di circa 10 milioni di abitanti a fronte dei 51 milioni della Corea. Ciò ha consentito di isolare i contagiati, di cui sono stati tracciati i contatti con altre persone, a loro volta sottoposte a test, per disporre efficaci misure di quarantena. Il caso coreano – come sottolineano gli epidemiologi- conferma come diagnosi e prevenzione abbiano grande importanza per il controllo delle epidemie.

 

Nota: articolo aggiornato sui dati disponibili al 24/03/2020

 

Vittorio Daniele

 

Le due Italie. Storia del divario Nord-Sud. Eugenio di Rienzo commenta il mio libro

Le due Italie secondo Vittorio Daniele: storia del divario tra Nord e Sud. Un articolo di Eugenio di Rienzo sul Blog La Nostra Storia – Corriere della Sera

Recensione del mio libro “Il Paese diviso. Nord e Sud nella storia d’Italia” sul Mattino

Isaia Sales ha recensito il mio libro “Il paese diviso. Nord e Sud nella storia d’Italia” sul Mattino di Napoli Leggi la recensione di Sales, Il Mattino

Il paese diviso. Nord e Sud nella storia d’Italia, Rubbettino, 2019

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Politiche espansive e crescita debole. Siamo in una stagnazione secolare?

1. Una lunga convalescenza

Da qualche anno, le Banche centrali delle principali economie mondiali (Stati Uniti, Eurozona e Giappone) stanno attuando politiche fortemente espansive. La base monetaria, sotto forma di liquidità o di riserve detenute dalle banche commerciali, è aumentata enormemente: negli Stati Uniti, all’inizio del 2016, era quattro volte quella del 2008. La BCE ha adottato una serie di misure espansive, finanziando a basso costo il sistema bancario e attuando un programma di acquisto di attività (quantitative easing) di 80 miliardi di euro mensili per una durata prevista di due anni.

Si tratta di un’iniezione di liquidità senza precedenti, che ha fatto scendere i tassi d’interesse a breve e a lungo termine a valori prossimi allo zero (e, in alcuni casi, negativi, come in Giappone o in Europa). Ciò avrebbe dovuto stimolare gli investimenti e, dunque, i consumi e il reddito. I risultati sono, però, largamente inferiori alle attese. Nell’Eurozona, i dati sul Pil e sull’inflazione mostrano, infatti, come la ripresa sia molto debole. Anche negli Stati Uniti, dove la crescita è più elevata di quella europea, il Pil rimane al di sotto del potenziale (Fig. 1).

 

Figura 1. Pil potenziale e reale negli Stati Uniti, 1980-2015

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Valori concatentati 2009. Fonte: FRED, Federal Reserve Bank of St. Louis, https://research.stlouisfed.org/

 

A fronte del ristagno della domanda aggregata, la liquidità immessa dalle Banche Centrali si è riversata sui mercati finanziari. Nell’Eurozona, le banche che hanno ottenuto liquidità a bassissimo costo dalla BCE hanno massicciamente acquistato titoli di Stato. I tassi sono diminuiti, con benefici effetti sulle finanze pubbliche, mentre i prezzi delle attività, inclusi quelli delle azioni e delle obbligazioni private, sono considerevolmente aumentati. La politica monetaria non ha avuto, però, gli effetti sperati sull’economia reale. Quali le ragioni?

2. Intrappolati in una stagnazione secolare?

Nel 2013, per spiegare l’andamento dell’economia statunitense dopo la Grande recessione, Larry Summers, ripropose la tesi della stagnazione secolare[i]. Una tesi avanzata da Alvin Hansen nel 1938, quando ancora il mondo era scosso dalla Grande Depressione[ii]. Hansen ipotizzò che con la crisi degli anni ‘30 si fosse avviata un’era nuova per le economie avanzate. Un’era di effimere riprese, durature recessioni, crescente sottoccupazione: una stagnazione secolare, appunto. Secondo Hansen, alla base della stagnazione vi erano tre cause: la fine dell’espansione geografica che aveva caratterizzato il XIX secolo; il declino del tasso di crescita della popolazione; l’utilizzo di nuove tecnologie a minore intensità di capitale rispetto a quelle impiegate nelle prime fasi dello sviluppo capitalistico. Riducendo il fabbisogno d’investimenti, quelle forze avrebbero spinto l’economia verso un equilibrio di bassa crescita ed elevata disoccupazione.

I “miracoli di crescita” degli anni ‘50 e ‘60 fecero dimenticare la fosca profezia di Hansen. Nel decennio seguente, però, quando il tasso di sviluppo cominciò a declinare, il concetto di stagnazione tornò attuale. Furono i marxisti a riproporlo. Nell’economia capitalistica – scriveva Paul Sweezy – il saggio di aumento del consumo è tendenzialmente inferiore a quello dei mezzi di produzione, per cui il ristagno è la regola verso la quale tende costantemente la produzione capitalistica[iii]. Le crisi erano, dunque, i sintomi di un malessere strutturale, dovuto alla cronica insufficienza di domanda aggregata rispetto alla capacità produttiva. Nelle economie avanzate – argomentarono i marxisti – la spesa pubblica, il debito pubblico e privato e la finanziarizzazione avevano consentito di sostenere la domanda e di sfuggire alla trappola della stagnazione. Ma l’indebitamento eccessivo e la finanza scollegata dalla produzione, nello stesso tempo, creavano instabilità e ponevano le condizioni per le crisi.

Hansen aveva considerato la crisi degli anni ’30 come l’esito del progressivo affievolimento dell’impeto di crescita dell’economia statunitense. Anche la Grande recessione iniziata nel 2007 è stata considerata il culmine di un fase in cui l’indebitamento pubblico e privato, e un abnorme sviluppo finanziario, hanno sostenuto la crescita supplendo alla cronica carenza di domanda aggregata[iv]. Il declino del tasso d’interesse naturale (o whickselliano) e di quello reale (Fig. 2) sarebbe il sintomo acuto della stagnazione da domanda, dell’eccesso di risparmio rispetto agli investimenti. Nelle economie industrializzate – osserva L. Summers – coniugare crescita adeguata, utilizzazione della capacità produttiva e stabilità finanziaria è sempre più difficile. Dagli anni ’90, le fasi di ripresa economica sono state, in larga misura, alimentate da bolle e condizioni d’insostenibilità finanziaria.

Figura 2. Il declino del tasso d’interesse naturale 1961-2014

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Fonte: T. Laubach, J. C. Williams (2003), Measuring the Natural Rate of Interest, Review of Economics and Statistics, 85, 4, 1063-1070 e aggiornamenti.

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Una «regola aurea» per gli investimenti pubblici a tutela dell’ambiente in Europa

Nell’Unione Europea, gli investimenti pubblici a tutela dell’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico potrebbero essere esclusi dai vincoli fiscali del Patto di Stabilità. Ulteriori finanziamenti potrebbero essere attivati, poi, attraverso la Banca Europea degli Investimenti. Come evidenzia il Patto europeo finanza-clima, un piano d’investimenti pubblici per l’ambiente stimolerebbe la crescita economica in un’ottica di sostenibilità ed equità tra le generazioni.

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I divari regionali nell’Unione Europea: l’impatto della Grande recessione

La riduzione delle disparità regionali nei livelli di sviluppo e nei tassi di occupazione, cioè la convergenza economica, è un obiettivo che l’Unione Europea persegue attraverso la «politica di coesione economica, sociale e territoriale». Sotto il profilo quantitativo, questa politica è una delle più importanti dell’Unione. Nel periodo 2007-2013, le risorse provenienti dai Fondi strutturali, dalla Banca Europea per gli Investimenti e dagli altri strumenti finanziari sono state pari a 355 miliardi di euro; per il ciclo di programmazione 2014-2020 ammontano a 352 miliardi.  In quest’articolo esaminiamo l’andamento delle disparità nel Pil per abitante tra le regioni della UE nel periodo 2002-2015. L’analisi è condotta per le regioni dell’Eurozona e per quelle dei paesi non aderenti all’euro. I risultati mostrano come la recessione iniziata nel 2009 abbia acuito gli squilibri regionali nell’Eurozona.

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Radiazioni solari, intelligenza e divari regionali in Italia

Su Mankind Quarterly, un mio commento a un articolo di Federico e Mayra Antonelli-Ponti in cui si sostiene che i divari socioeconomici regionali e quelli nelle capacità cognitive medie (QI) in Italia, come in altri paesi, siano spiegati dalle differenze nelle radiazioni solari.

Il mio commento può essere scaricato dalla sezione Articles/papers 

Ma i contratti collettivi di lavoro andrebbero aboliti? Un commento

Riprendendo i contenuti della proposta di Boeri, Ichino e Moretti di introdurre  meccanismi flessibili di determinazione dei salari, l’obiettivo di questo contributo(*) è di mostrare come sia già in atto su base territoriale una dinamica di allineamento del costo alla produttività del lavoro. Si argomenta come il nuovo regime salariale non rappresenti lo strumento più idoneo per ridurre i divari di sviluppo tra il Nord e il Sud del paese.

Perché i salari dovrebbero essere differenziati. Dal Pacchetto Treu al Jobs Act, le riforme che nell’ultimo ventennio si sono susseguite hanno deregolamentato il mercato del lavoro italiano, trasformandolo profondamente. Il lavoro è cambiato diventando più flessibile o, a seconda dei punti di vista, più precario. Ma le differenze tra Nord e Sud sono rimaste simili a quelle del passato. Nelle regioni meridionali, il tasso di disoccupazione è quasi il triplo di quello del Nord, mentre i tassi di occupazione giovanile e femminile sono notevolmente più bassi. Per risolvere questo dualismo, nel 2001, il Libro bianco sul mercato del lavoro italiano, su cui si basò la successiva riforma, proponeva di superare la contrattazione collettiva, per permettere ai salari di differenziarsi tra Nord e Sud sulla base dei livelli relativi di produttività. Un obiettivo, questo, di recente riproposto da Tito Boeri, Andrea Ichino ed Enrico Moretti, in un’analisi che ha fatto molto discutere.[1]

Boeri e coautori riprendono il fatto che in Italia le retribuzioni sono fissate attraverso contratti nazionali e, quindi, sono uguali in tutto il paese. Tra Nord e Sud, all’uguaglianza dei salari nominali si associano, però, significative differenze nei prezzi e nella produttività. Nelle regioni del Sud, i salari reali sono comparativamente maggiori e ciò determina disoccupazione e lavoro nero. Nel contempo, gli elevati prezzi – tra cui quelli delle abitazioni  – del Nord disincentivano le migrazioni dei disoccupati meridionali. Per risolvere tali squilibri, affrontando alla radice il problema del dualismo Nord-Sud, Boeri e coautori propongono di sostituire la contrattazione nazionale dei salari con quella a livello di singola impresa o, nei  casi in cui ciò non sia possibile, di differenziare i salari sulla base dei livelli locali di produttività.  Questa proposta non convince per numerosi aspetti.

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The roots of global inequality.

The Roots of Global Inequality: The Role of Biogeography and Genetic Diversity. Journal of Development Studies, Dec. 2017, by V. Daniele and A. Di Ruggiero.

Our paper adds further evidence supporting Jared Diamond’s hypothesis that global technological differences in the pre-modern era were fundamentally due to bio-geographic factors: the time elapsed since the onset of agriculture and husbandry, the size of the population relative to the territories, the shape of continents. An alternative hypothesis, that genetic diversity within populations is the ultimate cause of global inequalities, is also examined. Results show how there is no robust evidence supporting a possible effect of genetic diversity on international differences in population density and technology in the pre-modern era.

See the section research of this site.

Perché il ritardo del Sud dipende anche dalla geografia

La periferia d’Europa. Periodicamente, anche per ragioni politiche o elettorali, il pluridecennale dibattito sulle cause del divario Nord-Sud riprende vigore. C’è chi sostiene che il ritardo del Mezzogiorno dipenda, principalmente, da scelte erronee della politica nazionale. Altri lo attribuiscono alle classi dirigenti meridionali. Si argomenta che le radici dell’arretratezza affondino nella storia più o meno remota del Sud. Riaffiora, talvolta, l’idea che vi siano “due Italie” culturalmente e antropologicamente differenti. Pur nella loro diversità, queste argomentazioni guardano tutte al Mezzogiorno come a un caso unico di ritardo economico. Ma è davvero così?

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Lavoro precario, globalizzazione e populismo

Disoccupazione, sottoccupazione ed emigrazione sono, per l’economia, uno spreco di capitale umano. Non offrendo opportunità ai giovani qualificati, dopo averne sostenuto i costi della formazione, il Paese dissipa preziose risorse, ponendo un’ipoteca sul futuro. Quando potranno, i giovani laureati di oggi, entrare nel mercato del lavoro? Quando raggiungeranno un reddito sufficiente per costruirsi una vita autonoma e una famiglia? Questa generazione dai bassi redditi percepirà, in futuro, basse pensioni e ciò, inevitabilmente, deprimerà i consumi con effetti negativi sulla crescita economica complessiva.

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Politiche espansive e crescita debole. Siamo in una stagnazione secolare?

Una lunga convalescenza

Da qualche anno, le Banche centrali delle principali economie mondiali (Stati Uniti, Eurozona e Giappone) stanno attuando politiche fortemente espansive. La base monetaria, sotto forma di liquidità o di riserve detenute dalle banche commerciali, è aumentata enormemente: negli Stati Uniti, all’inizio del 2016, era quattro volte quella del 2008. La BCE ha adottato una serie di misure espansive, finanziando a basso costo il sistema bancario e attuando un programma di acquisto di attività (quantitative easing) di 80 miliardi di euro mensili per una durata prevista di due anni.

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Programma Istituzioni di economia e politica economica (2015-16)

Istituzioni di economia e politica economica

(16 CFU)

Prof. Vittorio Daniele

Programma a.a. 2015-2016

Libro consigliato: N. G. Mankiw, M. P. Taylor, A. Ashwin, Principi di economia per l’impresa, Zanichelli.

Il programma comprende tutti i capitoli con l’esclusione dei seguenti capitoli o paragrafi: Cap. 7.; il paragrafo “isoquanti e isocosti”  del cap. 9; la parte “la teoria dei giochi e l’economia della concorrenza” e la parte “le politiche pubbliche …” del cap. 13; cap. 14; cap. 21 (studiare solo il paragrafo sull’euro).

La Grecia, sei anni dopo, e la crescita dell’Italia

La Grecia, sei anni dopo, e la crescita dell’Italia

Vittorio Daniele

Pensare in estate alla Grecia fa venire in mente le bianche spiagge di Cefalonia o Mykonos. L’altra Grecia, quella della crisi economica, del default, delle proteste di piazza sembra ormai lontana. Eppure non è così. La crisi ha prodotto drammatiche conseguenze sociali e lasciato segni profondi sull’economia. Guardare alla Grecia di oggi per noi europei e italiani è istruttivo. La vicenda greca illustra, in maniera paradigmatica, ciò che può accadere in un’economia con strutturali squilibri e gravi disfunzioni; ma mostra anche quali siano le conseguenze delle politiche d’austerità in un sistema, quello europeo, in cui disciplina e vincoli di bilancio non trovano adeguato bilanciamento negli strumenti di politica economica.

Somministrate in corpore vili e con draconiano rigore, le politiche d’austerità imposte dalla Troika avrebbero dovuto riportare l’equilibrio nei conti pubblici e porre le basi per la crescita. Risanamento fiscale e crescita: obiettivi non facili da conciliare, almeno nel breve periodo. Eppure il convincimento che fosse possibile, che la strada delle restrizioni fiscali avrebbe condotto, dopo qualche aggiustamento e qualche spiacevole ricaduta sociale, alla crescita aveva un  presupposto teorico apparentemente solido: la tesi dell’austerità espansiva. Una tesi coerente con i postulati ortodossi,  secondo la quale politiche fiscali restrittive, cioè tagli alla spesa pubblica e inasprimenti di imposte, hanno effetti positivi su consumi e investimenti. Come la pietra filosofale dell’economia, l’austerità espansiva avrebbe trasmutato un taglio di spesa in uno stimolo di domanda, smentendo le semplici, meste conclusioni del modello keynesiano, secondo cui politiche di austerità attuate quando le economie sono in recessione ne aggravano, non alleviano, le conseguenze.

Ma ritorniamo alla Grecia. In soli sei  anni, dal 2008 al 2013, il Pil greco è diminuito, cumulativamente, di 26 punti percentuali. Mai un paese sviluppato aveva subito una così severa recessione, senza crescere per sei anni consecutivi. Una caduta del prodotto di tale entità si traduce necessariamente in una drammatica riduzione del tenore di vita medio. Il reddito reale per abitante è calato del 20 per cento, mentre il tasso di disoccupazione, salito costantemente dall’inizio della crisi, ha superato il 27 per cento. Per quasi la metà delle famiglie greche le pensioni rappresentano l’unica fonte di reddito, sebbene un terzo dei pensionati percepisca 360 euro lordi mensili.

Per quanto deprimente, la macrocontabilità rende solo in parte la tragedia sociale. Secondo le stime dell’Università di Atene, il 44 per cento dei greci vive oggi in condizione di povertà relativa. Nel suo ultimo rapporto, l’Unicef ha calcolato che un bambino greco ogni tre è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Si tratta di 686mila bambini, il 35,4 per cento dei bambini greci. Le cause? Disoccupazione e tagli al sistema di welfare. Sono 292mila i bambini che vivono in famiglie in cui entrambi i genitori sono disoccupati e che non hanno accesso a servizi di assistenza e cura. Del resto, ridimensionamento del welfare (razionalizzazione, eufemisticamente) e tagli alla sanità tipicamente rientrano nella posologia del consolidamento fiscale. Così per la Troika, nei suoi “Memorandum of understanding” per Grecia e Portogallo. Di ciò  − si ricorderà− si era avvertita un’eco anche in Italia, sub Monti. In Grecia, l’obiettivo – quasi raggiunto – del dimezzamento della spesa farmaceutica, e la riduzione di oltre un quarto di quella ospedaliera, non è stato senza conseguenze. Quali siano, le descrive uno studio pubblicato su Lancet, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo: aumento delle malattie infettive più gravi, inclusi HIV e tubercolosi, della depressione maggiore, dei suicidi. Nel 2008, anche la storica tendenza alla riduzione della mortalità infantile si è interrotta e i tassi di mortalità neonatale e postnatale sono aumentati.

Ma qual è la condizione delle finanze pubbliche? Nel 2008, il debito pubblico era il 122 per cento del Pil. Nel 2013, aveva raggiunto il 175 per cento. Le previsioni per l’anno in corso sono di un ulteriore aumento. Secondo la Commissione europea, raggiunto il picco del 177 per cento, a partire dal 2015, il rapporto tra debito e Pil dovrebbe cominciare a scendere, grazie a finanze pubbliche più sane e alla (possibile) crescita economica. È prevedibile che i tempi della ripresa siano, però, assai lunghi. Quanto lunghi, non è possibile saperlo. Del resto, tanto più le previsioni economiche scrutano nelle nebbie del futuro, tanto più somigliano a quelle degli aruspici che traevano presagi dal volo degli uccelli.

La Grande recessione segnerà a lungo i paesi europei. Durante le recessioni non si distruggono solo posti di lavoro, ma calano anche gli investimenti in capitale e tecnologia. Si riduce, così, ciò che gli economisti chiamano “produzione potenziale”, il livello normale della produzione che dipende dalle risorse e dalla tecnologia disponibili. Al termine della recessione, un paese si ritrova con una capacità produttiva inferiore a quella pre-crisi. Secondo l’economista Laurence Ball, della Johns Hopkins University, la Grande recessione determinerà effetti duraturi in tutti i paesi che ne sono stati colpiti, Italia inclusa. Per le 23 nazioni considerate dallo studio di Ball, nel 2015 la perdita del Pil potenziale rispetto al livello pre-crisi è stimata nell’8,4 per cento: per avere un’idea, è come se si perdesse la produzione della Germania. Per l’Italia, la perdita stimata di prodotto potenziale per il 2015 è del 12 per cento, per la Grecia del 35 per cento.

La questione cruciale è se questo danno sia reversibile. La risposta dipende, in larga misura, dalle scelte di politica economica. Un’espansione degli investimenti e dell’occupazione potrebbe spingere il prodotto di nuovo verso il suo livello potenziale, o almeno ridurre l’entità della perdita. Se si guarda all’Europa, che ciò possa accadere è, allo stato attuale, improbabile. C’è il rischio, però, che se la crescita continuerà ad essere a lungo così lenta, in molti paesi i costi sociali ed economici divengano davvero troppo alti. Sarà molto difficile, allora, ignorarli.

Investire nell’infanzia per aprire il Sud alla speranza

Un articolo sulla condizione dell’infanzia svantaggiata e sull’importanza di investire nell’infanzia e nell’istruzione per dare speranza al Mezzogiorno. Leggi l’articolo: Educare l’infanzia apre il Sud alla speranza

Politiche di austerità e teoria economica

Leggi l’articolo su Politiche di  austerità e teoria economica. La confutazione del dott. Johnson.

Perché il Sud è rimasto indietro?

Perché il Sud è rimasto indietro? Il Mezzogiorno tra storia e pubblicistica. Download paper – Scarica il paper

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Una notizia che agghiaccia e sgomenta

Gennaio 2014. A Cassano, in provincia di Cosenza, viene ucciso con un colpo di pistola e bruciato Nicola, “Cocò”, un bimbo di tre anni. Lo sgomento per l’orrore compiuto lascia senza parole, toglie perfino il respiro.

Crisi economica e suicidi in Italia. Una nota

In uno dei suoi studi più noti, “Le suicide. Étude de sociologie” (1897), Emile Durkheim propose una complessa relazione tra andamento dell’economia e tasso dei suicidi. Secondo il sociologo francese, il tasso di suicidio tenderebbe ad aumentare non soltanto nel caso di crisi recessive, ma anche durante quelle “crisi di prosperità” che determinassero una situazione di “anomia”, ovvero un profondo turbamento dell’ordine sociale, di allentamento, disintegrazione dei legami che vincolano l’individuo alla società.

La recessione economica avviatasi nel 2007-2008, e le successive politiche di austerità adottate in Europa, hanno prodotto effetti negativi non solo sul tenore di vita, ma anche sulle condizioni di salute delle fasce sociali più deboli. In Grecia, per esempio, tagli alla sanità pubblica e crisi economica hanno ridotto l’accesso alle cure per i più indigenti e favorito la diffusione di alcune patologie infettive (Karanikolos et al. 2013). Diversi, poi, gli studi che tendono a confermare la tesi di Durkheim, di un legame, cioè, tra crisi economica e tasso di suicidio….  (Leggi l’articolo: Crisi e suicidi).

Economia politica – OAPP (16 CFU)

Organizzazione delle amministrazioni pubbliche e private.

Programma del Corso di Economia politica (16 CFU) – 2013-2014 e 2014-2015

Il programma comprende tutti i capitoli del seguente volume:

Krugman P., Wells R., K. Graddy, L’essenziale di economia, Zanichelli.

 

Economia dello sviluppo – programma

Economia dello sviluppo CFU 9

Programma. Il programma riguarda l’analisi dei fattori prossimi e fondamentali dello sviluppo economico.  Il testo di riferimento è il seguente:

V. Daniele, La crescita delle nazioni. Fatti e teorie, Rubbettino, 2008.

Il volume è integrato da alcuni brevi dispense (download: Dispense Lezioni Economia dello Sviluppo). Gli studenti devono, inoltre, presentare prima dell’esame una breve tesina, basata sulla lettura di un libro a scelta tra i seguenti:

1) E. Duflo, I numeri per agire, Feltrinelli. 2) P. Collier, L’ultimo miliardo, Laterza. 3) B. Milanovic, Chi ha e chi non ha, il Mulino. 4) W. Easterly, Lo sviluppo inafferrabile, Bruno Mondadori; 5) J. Diamond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi. N. B., Tutti i libri sono disponibili in edizione economica, a un prezzo contenuto.

La confutazione del Dr. Johnson. Riflessioni sulla macroeconomia in tempo di crisi

La confutazione del Dr. Johnson. Note sulla macroeconomia in tempo di crisi. Download article.

Economic recession and suicide in Italy: A note

The adverse impact on social and health conditions consequent to the economic recession which started in 2008 has been reported by the mass-media and also by some scholars. Great prominence, in particular, has been given to the many cases of suicide which occurred in those European countries that are experiencing this profound recession: Italy, Spain, Portugal and Greece. There is, however, some preliminary evidence indicating a relationship between recession and suicide.. download the article: Economic recession and Suicide in Italy.

Programma Macroeconomia e politica economica 2012-13

Programma Macroeconomia e politica economica 2012-13 (Download pdf)

Investire nell”istruzione dei bambini per ridurre le ineguaglianze.

James Heckman, premio Nobel per l’economia, ha mostrato come l’investimento in istruzione, soprattutto nei primi anni di vita, sia lo strumento più efficace per ridurre le ineguaglianze tra gli individui e l’incidenza di alcuni fenomeni negativi, come la criminalità, la diffusione di droga o l’alcolismo. Le competenze cognitive si formano nei primi anni di vita. I bambini che nascono in famiglie svantaggiate economicamente o socialmente avranno non solo minori opportunità, ma anche minori stimoli educativi. Questi bambini avranno, da adulti, maggiori probabilità di divenire poveri, meno istruiti e di incorrere in fenomeni di devianza sociale.  Heckman ha dimostrato come il modo più efficiente per ridurre le disuguaglianze – e risolvere alcuni problemi sociali come quelli citati – consista nell’investimento nei programmi di assistenza familiare e nell’istruzione dei bambini, sin dai primissimi mesi di vita.

I lavori di James Heckman sono disponibili sul suo sito: http://heckman.uchicago.edu/page/research-statement

l’Italia: un problema di crescita 1

La produttività, il clima_sociale e la crescita dell’Italia

Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino, 2011

Vittorio Daniele, Paolo Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino 2011

 

Il Sud è meno sviluppato del Nord? è una questione d’intelligenza

Il Sud è meno sviluppato del Nord? é una questione d’intelligenza.  Una nota su un articolo dello psicologo Richard Lynn sul quoziente d’intelligenza dei meridionali. Leggi l’articolo

Programma microeconomia

Programma di microeconomia anno 2011-12 (Programma Microeconomia pdf)

L’articolo 18, gli investimenti esteri e le giraffe di Keynes.

Riforme del mercato del lavoro e scelte di politica economica. Leggi l’articolo in formato pdf

Macroeconomia e politica economica

Al link seguente, il programma di Macroeconomia e Politica economica a.a. 2011-12 e il programma anno 2010-11.

programma_macro2012

Economia politica – Organizzazione Amministrazioni P. P. – Programmi anni precedenti

Corso di laurea in Organizzazione e gestione delle imprese pubbliche e private. Programma di studio a.a. 2012-13.

Testo: Paul Krugman , Robin Wells , Martha Olney, L’essenziale di economia, Zanichelli. Programma da 10 CFU. Il programma d’esame riguarda tutti gli argomenti trattati nel testo.

A scelta, è possibile utilizzare il testo di G. Mankiw, Principi di economia, Zanichelli. In tal caso, si può seguire il programma da 10 C.F.U. disponibile online.

Gli studenti di Giurisprudenza e Scienze Giuridiche possono seguire il presente programma scegliendo uno dei due volumi sopra citati.

Programma Economia politica – OAPP – Indirizzo Gestione del Personale – 15 CFU (Programma Economia Politica15CFU)

La crescita delle nazioni. Fatti e teorie

La crescita delle nazioni. Fatti e teorie, Rubbettino, 2008.

Curriculum

 

 

 

 

 

CV (pdf)

Ritardo e crescita in Calabria: un’analisi economica

Ritardo e crescita in Calabria: un'analisi economica, Rubbettino, 2005