Vittorio Daniele

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I divari regionali nell’Unione Europea: l’impatto della Grande recessione

La riduzione delle disparità regionali nei livelli di sviluppo e nei tassi di occupazione, cioè la convergenza economica, è un obiettivo che l’Unione Europea persegue attraverso la «politica di coesione economica, sociale e territoriale». Sotto il profilo quantitativo, questa politica è una delle più importanti dell’Unione. Nel periodo 2007-2013, le risorse provenienti dai Fondi strutturali, dalla Banca Europea per gli Investimenti e dagli altri strumenti finanziari sono state pari a 355 miliardi di euro; per il ciclo di programmazione 2014-2020 ammontano a 352 miliardi.  In quest’articolo esaminiamo l’andamento delle disparità nel Pil per abitante tra le regioni della UE nel periodo 2002-2015. L’analisi è condotta per le regioni dell’Eurozona e per quelle dei paesi non aderenti all’euro. I risultati mostrano come la recessione iniziata nel 2009 abbia acuito gli squilibri regionali nell’Eurozona.

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Ma i contratti collettivi di lavoro andrebbero aboliti? Un commento

Riprendendo i contenuti della proposta di Boeri, Ichino e Moretti di introdurre  meccanismi flessibili di determinazione dei salari, l’obiettivo di questo contributo(*) è di mostrare come sia già in atto su base territoriale una dinamica di allineamento del costo alla produttività del lavoro. Si argomenta come il nuovo regime salariale non rappresenti lo strumento più idoneo per ridurre i divari di sviluppo tra il Nord e il Sud del paese.

Perché i salari dovrebbero essere differenziati. Dal Pacchetto Treu al Jobs Act, le riforme che nell’ultimo ventennio si sono susseguite hanno deregolamentato il mercato del lavoro italiano, trasformandolo profondamente. Il lavoro è cambiato diventando più flessibile o, a seconda dei punti di vista, più precario. Ma le differenze tra Nord e Sud sono rimaste simili a quelle del passato. Nelle regioni meridionali, il tasso di disoccupazione è quasi il triplo di quello del Nord, mentre i tassi di occupazione giovanile e femminile sono notevolmente più bassi. Per risolvere questo dualismo, nel 2001, il Libro bianco sul mercato del lavoro italiano, su cui si basò la successiva riforma, proponeva di superare la contrattazione collettiva, per permettere ai salari di differenziarsi tra Nord e Sud sulla base dei livelli relativi di produttività. Un obiettivo, questo, di recente riproposto da Tito Boeri, Andrea Ichino ed Enrico Moretti, in un’analisi che ha fatto molto discutere.[1]

Boeri e coautori riprendono il fatto che in Italia le retribuzioni sono fissate attraverso contratti nazionali e, quindi, sono uguali in tutto il paese. Tra Nord e Sud, all’uguaglianza dei salari nominali si associano, però, significative differenze nei prezzi e nella produttività. Nelle regioni del Sud, i salari reali sono comparativamente maggiori e ciò determina disoccupazione e lavoro nero. Nel contempo, gli elevati prezzi – tra cui quelli delle abitazioni  – del Nord disincentivano le migrazioni dei disoccupati meridionali. Per risolvere tali squilibri, affrontando alla radice il problema del dualismo Nord-Sud, Boeri e coautori propongono di sostituire la contrattazione nazionale dei salari con quella a livello di singola impresa o, nei  casi in cui ciò non sia possibile, di differenziare i salari sulla base dei livelli locali di produttività.  Questa proposta non convince per numerosi aspetti.

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The roots of global inequality.

The Roots of Global Inequality: The Role of Biogeography and Genetic Diversity. Journal of Development Studies, Dec. 2017, by V. Daniele and A. Di Ruggiero.

Our paper adds further evidence supporting Jared Diamond’s hypothesis that global technological differences in the pre-modern era were fundamentally due to bio-geographic factors: the time elapsed since the onset of agriculture and husbandry, the size of the population relative to the territories, the shape of continents. An alternative hypothesis, that genetic diversity within populations is the ultimate cause of global inequalities, is also examined. Results show how there is no robust evidence supporting a possible effect of genetic diversity on international differences in population density and technology in the pre-modern era.

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Perché il ritardo del Sud dipende anche dalla geografia

La periferia d’Europa. Periodicamente, anche per ragioni politiche o elettorali, il pluridecennale dibattito sulle cause del divario Nord-Sud riprende vigore. C’è chi sostiene che il ritardo del Mezzogiorno dipenda, principalmente, da scelte erronee della politica nazionale. Altri lo attribuiscono alle classi dirigenti meridionali. Si argomenta che le radici dell’arretratezza affondino nella storia più o meno remota del Sud. Riaffiora, talvolta, l’idea che vi siano “due Italie” culturalmente e antropologicamente differenti. Pur nella loro diversità, queste argomentazioni guardano tutte al Mezzogiorno come a un caso unico di ritardo economico. Ma è davvero così?

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Lavoro precario, globalizzazione e populismo

Disoccupazione, sottoccupazione ed emigrazione sono, per l’economia, uno spreco di capitale umano. Non offrendo opportunità ai giovani qualificati, dopo averne sostenuto i costi della formazione, il Paese dissipa preziose risorse, ponendo un’ipoteca sul futuro. Quando potranno, i giovani laureati di oggi, entrare nel mercato del lavoro? Quando raggiungeranno un reddito sufficiente per costruirsi una vita autonoma e una famiglia? Questa generazione dai bassi redditi percepirà, in futuro, basse pensioni e ciò, inevitabilmente, deprimerà i consumi con effetti negativi sulla crescita economica complessiva.

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Politiche espansive e crescita debole. Siamo in una stagnazione secolare?

Una lunga convalescenza

Da qualche anno, le Banche centrali delle principali economie mondiali (Stati Uniti, Eurozona e Giappone) stanno attuando politiche fortemente espansive. La base monetaria, sotto forma di liquidità o di riserve detenute dalle banche commerciali, è aumentata enormemente: negli Stati Uniti, all’inizio del 2016, era quattro volte quella del 2008. La BCE ha adottato una serie di misure espansive, finanziando a basso costo il sistema bancario e attuando un programma di acquisto di attività (quantitative easing) di 80 miliardi di euro mensili per una durata prevista di due anni.

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La Grecia, sei anni dopo, e la crescita dell’Italia

Vittorio Daniele

Pensare in estate alla Grecia fa venire in mente le bianche spiagge di Cefalonia o Mykonos. L’altra Grecia, quella della crisi economica, del default, delle proteste di piazza sembra ormai lontana. Eppure non è così. La crisi ha prodotto drammatiche conseguenze sociali e lasciato segni profondi sull’economia. Guardare alla Grecia di oggi per noi europei e italiani è istruttivo. La vicenda greca illustra, in maniera paradigmatica, ciò che può accadere in un’economia con strutturali squilibri e gravi disfunzioni; ma mostra anche quali siano le conseguenze delle politiche d’austerità in un sistema, quello europeo, in cui disciplina e vincoli di bilancio non trovano adeguato bilanciamento negli strumenti di politica economica.

Somministrate in corpore vili e con draconiano rigore, le politiche d’austerità imposte dalla Troika avrebbero dovuto riportare l’equilibrio nei conti pubblici e porre le basi per la crescita. Risanamento fiscale e crescita: obiettivi non facili da conciliare, almeno nel breve periodo. Eppure il convincimento che fosse possibile, che la strada delle restrizioni fiscali avrebbe condotto, dopo qualche aggiustamento e qualche spiacevole ricaduta sociale, alla crescita aveva un  presupposto teorico apparentemente solido: la tesi dell’austerità espansiva. Una tesi coerente con i postulati ortodossi,  secondo la quale politiche fiscali restrittive, cioè tagli alla spesa pubblica e inasprimenti di imposte, hanno effetti positivi su consumi e investimenti. Come la pietra filosofale dell’economia, l’austerità espansiva avrebbe trasmutato un taglio di spesa in uno stimolo di domanda, smentendo le semplici, meste conclusioni del modello keynesiano, secondo cui politiche di austerità attuate quando le economie sono in recessione ne aggravano, non alleviano, le conseguenze.

Ma ritorniamo alla Grecia. In soli sei  anni, dal 2008 al 2013, il Pil greco è diminuito, cumulativamente, di 26 punti percentuali. Mai un paese sviluppato aveva subito una così severa recessione, senza crescere per sei anni consecutivi. Una caduta del prodotto di tale entità si traduce necessariamente in una drammatica riduzione del tenore di vita medio. Il reddito reale per abitante è calato del 20 per cento, mentre il tasso di disoccupazione, salito costantemente dall’inizio della crisi, ha superato il 27 per cento. Per quasi la metà delle famiglie greche le pensioni rappresentano l’unica fonte di reddito, sebbene un terzo dei pensionati percepisca 360 euro lordi mensili.

Per quanto deprimente, la macrocontabilità rende solo in parte la tragedia sociale. Secondo le stime dell’Università di Atene, il 44 per cento dei greci vive oggi in condizione di povertà relativa. Nel suo ultimo rapporto, l’Unicef ha calcolato che un bambino greco ogni tre è a rischio di povertà o di esclusione sociale. Si tratta di 686mila bambini, il 35,4 per cento dei bambini greci. Le cause? Disoccupazione e tagli al sistema di welfare. Sono 292mila i bambini che vivono in famiglie in cui entrambi i genitori sono disoccupati e che non hanno accesso a servizi di assistenza e cura. Del resto, ridimensionamento del welfare (razionalizzazione, eufemisticamente) e tagli alla sanità tipicamente rientrano nella posologia del consolidamento fiscale. Così per la Troika, nei suoi “Memorandum of understanding” per Grecia e Portogallo. Di ciò  − si ricorderà− si era avvertita un’eco anche in Italia, sub Monti. In Grecia, l’obiettivo – quasi raggiunto – del dimezzamento della spesa farmaceutica, e la riduzione di oltre un quarto di quella ospedaliera, non è stato senza conseguenze. Quali siano, le descrive uno studio pubblicato su Lancet, una delle più autorevoli riviste mediche al mondo: aumento delle malattie infettive più gravi, inclusi HIV e tubercolosi, della depressione maggiore, dei suicidi. Nel 2008, anche la storica tendenza alla riduzione della mortalità infantile si è interrotta e i tassi di mortalità neonatale e postnatale sono aumentati.

Ma qual è la condizione delle finanze pubbliche? Nel 2008, il debito pubblico era il 122 per cento del Pil. Nel 2013, aveva raggiunto il 175 per cento. Le previsioni per l’anno in corso sono di un ulteriore aumento. Secondo la Commissione europea, raggiunto il picco del 177 per cento, a partire dal 2015, il rapporto tra debito e Pil dovrebbe cominciare a scendere, grazie a finanze pubbliche più sane e alla (possibile) crescita economica. È prevedibile che i tempi della ripresa siano, però, assai lunghi. Quanto lunghi, non è possibile saperlo. Del resto, tanto più le previsioni economiche scrutano nelle nebbie del futuro, tanto più somigliano a quelle degli aruspici che traevano presagi dal volo degli uccelli.

La Grande recessione segnerà a lungo i paesi europei. Durante le recessioni non si distruggono solo posti di lavoro, ma calano anche gli investimenti in capitale e tecnologia. Si riduce, così, ciò che gli economisti chiamano “produzione potenziale”, il livello normale della produzione che dipende dalle risorse e dalla tecnologia disponibili. Al termine della recessione, un paese si ritrova con una capacità produttiva inferiore a quella pre-crisi. Secondo l’economista Laurence Ball, della Johns Hopkins University, la Grande recessione determinerà effetti duraturi in tutti i paesi che ne sono stati colpiti, Italia inclusa. Per le 23 nazioni considerate dallo studio di Ball, nel 2015 la perdita del Pil potenziale rispetto al livello pre-crisi è stimata nell’8,4 per cento: per avere un’idea, è come se si perdesse la produzione della Germania. Per l’Italia, la perdita stimata di prodotto potenziale per il 2015 è del 12 per cento, per la Grecia del 35 per cento.

La questione cruciale è se questo danno sia reversibile. La risposta dipende, in larga misura, dalle scelte di politica economica. Un’espansione degli investimenti e dell’occupazione potrebbe spingere il prodotto di nuovo verso il suo livello potenziale, o almeno ridurre l’entità della perdita. Se si guarda all’Europa, che ciò possa accadere è, allo stato attuale, improbabile. C’è il rischio, però, che se la crescita continuerà ad essere a lungo così lenta, in molti paesi i costi sociali ed economici divengano davvero troppo alti. Sarà molto difficile, allora, ignorarli.

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

La scarsità di capitale sociale non spiega il ritardo del Sud

Sono i meridionali, con i loro comportamenti, la causa del ritardo economico del Sud. È, questa, un’argomentazione antica, vecchia almeno quanto la «Questione meridionale» stessa. Ma è dagli anni Novanta del secolo scorso che, con termini e metodologie nuove, la tesi secondo la quale il divario Nord-Sud dipende da fattori culturali, sociali e, lato sensu, istituzionali si è ampiamente affermata tra gli studiosi e nella pubblica opinione.

Crisi economica e suicidi in Italia. Una nota

In uno dei suoi studi più noti, “Le suicide. Étude de sociologie” (1897), Emile Durkheim propose una complessa relazione tra andamento dell’economia e tasso dei suicidi. Secondo il sociologo francese, il tasso di suicidio tenderebbe ad aumentare non soltanto nel caso di crisi recessive, ma anche durante quelle “crisi di prosperità” che determinassero una situazione di “anomia”, ovvero un profondo turbamento dell’ordine sociale, di allentamento, disintegrazione dei legami che vincolano l’individuo alla società.

La recessione economica avviatasi nel 2007-2008, e le successive politiche di austerità adottate in Europa, hanno prodotto effetti negativi non solo sul tenore di vita, ma anche sulle condizioni di salute delle fasce sociali più deboli. In Grecia, per esempio, tagli alla sanità pubblica e crisi economica hanno ridotto l’accesso alle cure per i più indigenti e favorito la diffusione di alcune patologie infettive (Karanikolos et al. 2013). Diversi, poi, gli studi che tendono a confermare la tesi di Durkheim, di un legame, cioè, tra crisi economica e tasso di suicidio….  (Leggi l’articolo: Crisi e suicidi).

Economic recession and suicide in Italy: A note

The adverse impact on social and health conditions consequent to the economic recession which started in 2008 has been reported by the mass-media and also by some scholars. Great prominence, in particular, has been given to the many cases of suicide which occurred in those European countries that are experiencing this profound recession: Italy, Spain, Portugal and Greece. There is, however, some preliminary evidence indicating a relationship between recession and suicide.. download the article: Economic recession and Suicide in Italy.

Investire nell”istruzione dei bambini per ridurre le ineguaglianze.

James Heckman, premio Nobel per l’economia, ha mostrato come l’investimento in istruzione, soprattutto nei primi anni di vita, sia lo strumento più efficace per ridurre le ineguaglianze tra gli individui e l’incidenza di alcuni fenomeni negativi, come la criminalità, la diffusione di droga o l’alcolismo. Le competenze cognitive si formano nei primi anni di vita. I bambini che nascono in famiglie svantaggiate economicamente o socialmente avranno non solo minori opportunità, ma anche minori stimoli educativi. Questi bambini avranno, da adulti, maggiori probabilità di divenire poveri, meno istruiti e di incorrere in fenomeni di devianza sociale.  Heckman ha dimostrato come il modo più efficiente per ridurre le disuguaglianze – e risolvere alcuni problemi sociali come quelli citati – consista nell’investimento nei programmi di assistenza familiare e nell’istruzione dei bambini, sin dai primissimi mesi di vita.

I lavori di James Heckman sono disponibili sul suo sito: http://heckman.uchicago.edu/page/research-statement