Siamo tutti (nuovamente) keynesiani?

Ora siamo tutti keynesiani”. Pronunciata da Richard Nixon nel 1971, questa frase ben si attaglia al dibattito, in corso in Europa, sulle misure per affrontare le conseguenze economiche del coronavirus. È ampio, quasi corale, il consenso attorno all’idea che, per rilanciare l’economia europea, sia indispensabile attuare programmi di spesa pubblica finanziati in deficit. Strumenti eccezionali per tempi eccezionali, come l’emissione di titoli europei di debito, e politiche tradizionalmente ritenute taboo, come il finanziamento della spesa pubblica da parte della Bce, appaiono opzioni praticabili.

Eppure, fino a poco tempo fa, misure oggi ritenute indispensabili erano considerate un inutile armamentario, retaggio di un’epoca definitivamente tramontata. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, un ampio coro di economisti intonava il de profundis al keynesismo, defunto, così si riteneva, sia per debolezza analitica, sia perché gli squilibri che pretendeva di sanare erano ormai scomparsi. Era, quella, l’epoca della grande moderazione, in cui si pensava che i cicli economici fossero ormai definitivamente domati.

Legare le mani ai governi

Negli anni Ottanta, si affermò l’idea che la politica economica dovesse essere sottratta alla discrezionalità dei governi e affidata a regole predeterminate: «Alcuni economisti – osserva Gregory Mankiw nel suo celebrato manuale di economia – sono convinti che la politica economica sia una questione troppo seria per essere lasciata alla discrezionalità dei politici». Questi, infatti, essendo interessati a farsi rieleggere, tendono a creare spesa pubblica finanziata in deficit. Si teorizzò, pertanto, che fosse utile limitare la sfera d’intervento dei governi, imbrigliarli in regole stringenti, costringerli come Ulisse all’albero della nave per sottrarli alle sirene della spesa pubblica. Migliaia di celebrati articoli di economisti e altrettante concioni di politici rimarcavano tale necessità.

In Europa più che altrove, economia e politica si accomodarono ai principi liberisti. La stessa architettura istituzionale dell’Unione monetaria europea ne venne modellata. La politica fiscale degli Stati venne subordinata al Patto di stabilità, mentre quella monetaria delegata alla Bce. Una banca centrale totalmente indipendente dai governi e, unico caso al mondo, con l’obiettivo fondamentale di controllare l’inflazione, perciò sottoposta al divieto di finanziare gli Stati. Del resto, solo «legando le mani» ai governi – come suggeriva la teoria – si potevano disciplinare i governi e ottenere politiche ottimali. Politiche senza politica: questo lo slogan della nuova ortodossia.

Così, mentre le politiche macroeconomiche degli Stati vennero vincolate – con vincoli assai stringenti, come si vede oggi, per quei paesi come l’Italia con elevato indebitamento – le istituzioni europee non si dotarono di strumenti adeguati a fronteggiare le crisi. Sottratta agli Stati, la gestione dell’economia venne affidata al pilota automatico delle regole, pensando che queste bastassero. «Di fatto – scrisse Jean-Paul Fitoussi – il governo europeo assomiglia più ad un governo delle regole che ad un governo delle scelte».

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